Ciò che l’orgoglio non dice

Nella maggior parte dei casi se una persona ci ferisce… non è perché vuole colpire noi… è perché ha bisogno di difendere se stessa…

Le relazioni interpersonali divengono più complicate man mano che il nostro bagaglio di esperienze si riempie di episodi, di situazioni passate, di incontri e di scontri che ci hanno lasciato in bocca l’amaro della perdita, dell’illusione infranta, dell’insicurezza che inevitabilmente deriva da qualcosa che ci è scivolato via dalle mani pur avendolo voluto trattenere con tutte le forze. Dunque, una volta che ci siamo rialzati, ripresi dal vuoto di una fine, e ricominciamo a tentare di rimetterci in gioco, sappiamo di dover procedere molto più cauti, per proteggere quelle ferite ancora sanguinanti, per far sì che non si verifichi di nuovo quanto abbiamo appena visto finire.

Questo è un comportamento comune a tutti gli individui che hanno una storia alle spalle, un trascorso di vita che, sebbene sia stato superato, in alcuni momenti brucia ancora perché i tatuaggi dell’anima tendono a essere più indelebili di quelli sulla pelle e non possiamo in alcun modo – diciamo, convinti, a noi stessi -, permettere che si verifichino le stesse condizioni precedenti, accettare di commettere gli stessi errori né concedere a qualcuno di riaprire le ferite a fatica rimarginate. Ovviamente il meccanismo difensivo non appartiene solo a noi bensì a tutte le persone, in età adulta, che si trovano a dover ricominciare dopo una chiusura, che devono rimettersi in piedi dopo una caduta, con impressa nella memoria quella causa, quell’errore, che non dovrà mai più costituire un punto debole davanti a nessun altro.

Ecco quindi che il relazionarsi con qualcuno che ci piace diventa molto complicato proprio a causa di quelle barriere che i ricordi più dolorosi ci provocano, e che si trasformano in filtro attraverso cui guardiamo una realtà che in fondo ci fa paura, perché le ferite ci rendono deboli, perché le cicatrici restano impresse con quel loro cordolo sporgente, e perché non vogliamo avere mai più a che fare con ciò che ci siamo lasciati alle spalle. Perciò scegliamo di indossare un’armatura difensiva dentro la quale ci sentiamo protetti e ci buttiamo nel nuovo incontro per rimetterci in gioco, ben chiusi dentro quella coltre che ci tutela, dimenticando però che ogni persona è diversa, che nessuno potrà mai avere tutte le medesime caratteristiche di quella del passato, e che filtrando tutto attraverso il ricordo rischiamo di perdere un presente che potrebbe essere bellissimo se non lo leggessimo dalle pagine ingiallite di una vecchia storia. Perciò, nascosti dietro l’orgoglio, reagiamo in modo istintivo senza renderci conto di ferire l’altro che, non sapendo nulla del nostro trascorso, resta destabilizzato da un’incoerenza che lo spaventa.

È giusto far vincere l’orgoglio sull’esigenza di conoscere davvero la persona che abbiamo di fronte?

Perché non riflettiamo sul fatto che l’altro, forse più sensibile e sicuramente diverso dal precedente, potrebbe sentirsi ferito per le nostre reazioni in modo molto più forte di quanto abbia mai fatto l’antecedente, il passato, quello da dimenticare?

Quanto conta mettere i puntini sulle i quando a chi abbiamo di fronte potrebbe non importare affatto di erigere una barriera e mettersi in opposizione, bensì vorrebbe invece solo trovare un punto di incontro?

Nel momento in cui ci sentiamo più in pericolo, perché le emozioni sono potentemente coinvolte, perché il sentimento che sentiamo nascere è molto più intenso di quanto avremmo mai immaginato, perché ci sentiamo presi anima, cuore e testa, la reazione primaria è quella di scappare anzi, allontanare l’altro prima che poi sia impossibile staccarci. Preferiamo ignorare le sue parole, sottovalutare la sua sensibilità, trascurare il dato di fatto che le nostre reazioni di chiusura, difesa o attacco, possano generare nell’altro sensazioni spiacevoli con cui, a sua volta, non vuole convivere. E sebbene riesca a comprendere che il nostro atteggiamento non è messo in atto per ferire lui bensì per combattere contro qualcosa che ci fa sentire scoperti, esposti, a rischio di una nuova caduta, può succedere che la nostra mancanza di riguardo nei suoi confronti rompa qualcosa dentro la sua interiorità.

Può succedere che si allontani molto di più di quanto potremmo mai prevedere, può succedere che, pur essendo consapevole della nostra posizione di difesa, si senta ferito nella sua emotività, nelle sue parole inascoltate, nell’importanza che ci aveva detto che avevano avuto molti episodi vissuti con noi e che noi avevamo preso sottogamba, quasi come se non avessimo creduto a ciò che ci stava esprimendo. In quel momento in cui noi stiamo difendendo noi stessi, dando voce al nostro orgoglio e ferendo quella preziosa persona, seppur non volutamente perché stiamo disperatamente cercando di difenderci dal coinvolgimento che sentiamo per lei, può succedere che lei valuti se valga davvero la pena restare accanto a qualcuno che pur di non abbattere le proprie barriere preferisce rischiare di perderla.

 

 

Marta Lock

 

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