A fuoco lento

E poi realizziamo che spesso un’emozione ha bisogno del suo tempo… per essere accolta e poi accettata e poi crescere… e poi finalmente si lascerà vivere…

Nella società contemporanea ogni cosa sembra essere impostata per procedere a ritmo rapido, tutto deve accadere subito, nell’immediato perché altrimenti sembra perdere quel mordente, quell’impellenza che ce lo fa apparire come un obiettivo alla nostra portata; l’approccio che abbiamo a questo modo di vivere si ripercuote inevitabilmente su tutti i campi dell’esistenza, convincendoci che ogni avvenimento, anche nell’ambito emotivo, debba necessariamente presentare subito determinate caratteristiche per farci credere che valga davvero la pena viverlo. E se non risponde a quei requisiti di velocità, se non ci dà nell’immediato ciò che chiediamo, o di cui pensiamo di aver bisogno, lo allontaniamo da noi poiché lo cataloghiamo tra le cose che non fanno per noi, perché troppo impegnative, perché troppo complicate da capire. In questa strana ottica siamo portati a ritenere che se un sentimento, una frequentazione, un’emozione, non è capace di soddisfare le nostre necessità interiori significa che non potrà mai essere la storia giusta, quella che cerchiamo con tanta fretta, come se un sentimento possa avere una tempistica o una scadenza per manifestarsi, come se potessimo dare un ritmo incalzante a qualcuno che non siamo noi.

Molto spesso peraltro, in questo dover raggiungere un obiettivo emotivo che ci siamo imposti, chiediamo molto all’altro trascurando di ascoltare noi stessi, incapaci di domandarci se la velocità d’azione che vorremmo è la stessa che possiamo dare indietro noi; né riusciamo a considerare quanto profondi siano i nostri sentimenti piuttosto che chiedere a qualcuno di darci ciò che in fondo neanche noi siamo ancora in grado di provare. O, ancor di meno, sembriamo essere in grado di ricordare quando noi ci siamo trovati nella situazione opposta, cioè siamo stati i destinatari di richieste che non potevamo soddisfare perché le nostre sensazioni non ci permettevano di buttarci mani e piedi dentro una storia nella quale non ci sentivamo molto coinvolti. Tuttavia molto spesso ciò che valutiamo per noi sembra avere un peso e una misura diversi da quello che ponderiamo negli altri e quindi ci troviamo immancabilmente a fare i conti con ritmi diversi da quelli che si adeguerebbero al nostro momento e siamo portati a depennare qualcuno solo perché in quella particolare fase non è pronto, o non riesce, ad avanzare con il nostro stesso passo.

È davvero così difficile comprendere qualcosa che non si adegua subito ai nostri schemi?

Come possiamo imporre a qualcuno un ritmo diverso dal proprio e sulla base di questo decidere quanto siano più o meno forti le sue emozioni?

Perché dunque a volte noi stessi abbiamo avuto bisogno di abituarci a domare sensazioni che sembravano portarci verso una direzione completamente opposta a quella che poi invece hanno preso?

Le emozioni non hanno tempo e può capitare che abbiano bisogno di entrare nella nostra vita lentamente per potervi restare a lungo, perché molto spesso ciò che giunge e travolge, altrettanto velocemente esce e ci lascia a raccogliere i pezzi di una fine che non potevamo prevedere; un sentimento che nasce piano ha tutto il tempo di consolidarsi, di essere combattuto, di essere contrastato e rifiutato, per farci arrivare a realizzare di quanto, quel voler sopravvivere a tutto, lo renda forte. Dunque quella che avevamo considerato come un’emozione da poco, da accantonare perché assolutamente non in grado di darci ciò di cui avevamo bisogno quando l’abbiamo incontrata, può invece rivelarsi qualcosa che ci resta attaccato addosso come un tatuaggio e continua a rigenerarsi, attimo dopo attimo.

E da quell’esserci restata accanto, da quel resistere a ogni avversità, da quell’aver superato le tempeste, comprendiamo quanto forte sia stata sebbene non le avessimo dato la giusta considerazione in un primo momento, e a quel punto non possiamo che arrenderci a lei e lasciare che viva nell’intensità della sua forza.

 

 

Marta Lock

 

 

 

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