Cosa c’è tra noi?

Tra il percepire un’affinità e il veder crescere una sintonia… esiste una terra di mezzo che si chiama tempo… e una forza magnetica che si chiama alchimia…

Capita a volte, nel corso della nostra esistenza, di fare un incontro particolare, strano per molti versi e assolutamente inspiegabile nelle dinamiche e nelle sensazioni che ci suscita fin dal primo istante; la sensazione di familiarità, il sentirsi a proprio agio già dalle frasi scambiate ci inducono a pensare che quell’incontro apparentemente casuale sia l’epilogo del lungo cercare che ha caratterizzato il nostro cammino fino a quel momento. Il modo di porsi, il modo di pensare e di esprimersi sono talmente simili da rendere superflue spiegazioni che non farebbero che ribadire ciò che è evidente e chiaro dalle prime parole, anche se sia noi che l’altro ci sentiamo stupiti e destabilizzati per un’affinità profonda alla quale non riusciamo a dare un senso razionale. Nella confusione generata da un qualcosa di tanto forte, può nascere l’esigenza di prendere un momento le distanze, o cercare di mettere un freno a ciò che sembra andare avanti in un percorso indipendente dalle reciproche volontà e dal tempo effettivo della frequentazione, come se tutto stesse assumendo un’accelerazione che la mente non è pronta a gestire.

La consapevolezza di aver proceduto troppo velocemente ci induce a fermarci, perché non riusciamo a far coincidere una conoscenza ancora troppo giovane con una forza travolgente che sembra decidere per noi indipendentemente da ciò che la prudenza suggerirebbe, e così noi o l’altro sentiamo il bisogno di prendere aria e respirare, prima di lasciarci andare a un’emozione che non eravamo preparati a far entrare nella nostra vita. Nonostante quella distanza necessaria a riprendere il dominio delle nostre sensazioni, malgrado il controllo che cerchiamo di esercitare per resistere a qualcosa di sconosciuto e a dispetto della volontà di mantenere il distacco che ci siamo imposti, tutti i nostri pensieri, tutte le emozioni, tornano a quella persona con cui, lo ammettiamo, si è creato un legame molto più profondo di quanto immaginassimo, un sottile filo che ci tiene uniti anche se fisicamente separati.

Perché se un’emozione è tanto forte da sopravvivere al distacco, continuiamo a temerla?

Come mai preferiamo arginare un’alchimia che va oltre lo spazio e il tempo anziché lasciarci andare e viverla intensamente?

Non sarà forse che dobbiamo prendere un attimo per riuscire a comprendere e gestire qualcosa di grande che ci è capitato in un momento in cui non credevamo più potesse accadere?

Molto spesso, quando siamo assorti nei nostri pensieri, quando ci lasciamo trasportare dai nostri sogni e desideri, ci domandiamo come deve essere un’emozione per travolgerci; poi però, nel momento in cui ce la troviamo davanti, dobbiamo fare i conti con la realtà che potremmo non essere pronti a viverla, perché le sensazioni sono irrazionali, perché non possiamo farcene travolgere e dunque ci aggrappiamo allo scoglio della mente per rallentare un’onda che altrimenti chissà dove ci trascinerebbe. Tuttavia se davvero l’affinità è tanto forte da sopravvivere a tutti gli ostacoli che le poniamo davanti, lei troverà comunque la strada per tornare da noi, attraverso un incontro fortuito, attraverso un contatto apparentemente casuale ma in fondo manifestazione del pensiero di entrambi. Anche se non è ancora il momento e non siamo ancora pronti, sentiamo però il bisogno di continuare a cercarci e, facendolo, si fortifica quell’alchimia, quel magnetismo inspiegabile che, volta dopo volta, è il collante che ci lega e che ci permette di scoprire lentamente le reciproche personalità, di capirci senza parole, e di prendere atto di comportamenti che, sebbene all’inizio ci sembrassero incomprensibili, comprendiamo essere parte della personalità complessa e sfaccettata dell’altro.

E così, tra distanze e incontri, si delinea quella solida sintonia che aveva solo bisogno di tempo per essere accolta, per essere sviluppata e per svelare quanto quell’alchimia magnetica fosse forte e potesse trasformarsi in qualcosa che la nostra emotività spaventata riuscisse, lentamente, ad accogliere.

 

 

Marta Lock

 

 

 

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