Non chiamarlo amore

Il momento in cui sentiamo che una persona… ci fa perdere la serenità… dovrebbe essere lo stesso in cui decidere… di perdere quella persona…

Durante la nostra crescita sentimentale abbiamo appreso, basandoci anche sul pensiero comune che era la base da cui partire quando ancora brancolavamo nel buio riguardo alle relazioni sentimentali, che un sentimento forte deve in qualche modo nascondere o comprendere una sofferenza, una tensione tra forze negative e forze positive che sembrano dover essere l’ago della bilancia della profondità di un amore. Partendo da questo presupposto ne incontriamo un altro di concetto generalizzato, forse anche più incisivo, che una relazione lunga e duratura debba presupporre sopportazione e tolleranza, accettazione dei pregi e difetti dell’altro e perdono di quegli errori che, in una situazione differente, non avremmo mai ammesso nella nostra esistenza. Queste considerazioni generano la falsa convinzione che solo quando ci troviamo davanti ad atteggiamenti che ci feriscono, e che l’altro applica nella medesima consapevolezza di farsi amare di più comportandosi in modo da poter generare un’alterazione dello stato di pace e di serenità, ci troviamo di fronte a qualcosa di forte, intenso, autentico. In tutto ciò subentra però in molti la sottile convinzione che se è vero che i sentimenti debbano ferire per essere veri e reali, allora è meglio tenersene lontani, perché l’equilibrio è più importante che stare costantemente su un ottovolante del quale non sappiamo mai quale sarà la successiva discesa.

Chi invece romanticamente vuole credere nella forza dell’amore che supera tutto, si trova molto spesso a leccarsi le ferite dell’aver creduto e combattuto per qualcuno che non aveva la stessa cura e lo stesso desiderio di vivere un rapporto felice, sereno. Le energie impiegate a cercare di capire i perché e le motivazioni dell’altro hanno sfiancato la fiducia e il desiderio di costruire, soprattutto nel momento in cui lo sforzo era univoco e dall’altra parte si intuiva la mancanza di reciprocità nel compiere i medesimi passi per trovare un punto di incontro. La fine di un amore in cui abbiamo dato tanto ci lascia svuotati, disillusi e consapevoli di aver perso la serenità per correre dietro a una chimera in cui eravamo gli unici a credere e a dedicarci; tuttavia continuiamo a considerare quello appena finito come un grande sentimento, perché la sofferenza ne ha segnato e contraddistinto l’intensità.

Perché siamo convinti che un sentimento senza dolore, senza perdita di stabilità, non sia sufficientemente profondo?

Cos’è che ci fa continuare a investire energie in una relazione complessa e che non presenta le caratteristiche necessarie a renderci felici?

In quale momento abbiamo deciso di ascoltare ciò che i luoghi comuni suggeriscono anziché prestare attenzione a ciò di cui la nostra interiorità ha bisogno per sentirsi appagata e soddisfatta?

Il percorso da intraprendere è quello più introspettivo, più consapevole di chi siamo noi e verso cui tendiamo per sentirci felici, a prescindere dalle generalizzazioni e da ciò che il resto del mondo afferma; l’evoluzione comprende un equilibrio che non dovrebbe sentirsi compromesso dalla condivisione della nostra vita con un’altra persona. Chi sceglie di stare al nostro fianco dovrebbe volere il meglio per noi, dovrebbe desiderare di vederci sorridere, non addolorati o feriti per suoi comportamenti egoisti e infantili; e noi dovremmo essere tanto attenti da capire che un amore non è tale se desidera farci perdere quell’equilibrio e quella tranquillità che l’altro per primo dovrebbe volere per noi.

Nel momento in cui qualcuno, anziché voler divenire il motivo per renderci più sereni ed essere un arricchimento della nostra esistenza, si pone come colui che, per egocentrismo o per mancanza di empatia, vuole a tutti i costi e con ogni mezzo essere il sole attorno a cui noi dobbiamo ruotare, nel bene e nel male anche a costo di mettere in ombra noi, quello è il momento in cui dovremmo allontanarci e andare verso una stella capace di brillare di luce propria.

 

 

Marta Lock

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