Tutto ciò che resta

Quando il vuoto emotivo non farà più rumore… sapremo di essere pronti… per riaprire la porta a nuove emozioni…

Una delle fasi più delicate della nostra esistenza, di cui non ci rendiamo conto fino al momento nel quale siamo costretti, nostro malgrado, ad attraversarla, è la lunga scia che segue la fine di una storia importante e che non avremmo mai immaginato quante implicazioni avrebbe portato con sé. Mettere la parola fine a qualcosa che aveva riempito pensieri, emozioni, giornate e a volte anni, non è affatto semplice, neanche quando i protagonisti di quella scelta siamo noi. Perché il distacco, nonostante venga visto come un epilogo necessario e in qualche caso liberatorio, implica una sofferenza emotiva in entrambe le parti – il protagonista della decisione in quanto consapevole di creare una ferita nell’altro, e il lasciato in quanto privato della possibilità di proseguire ciò che dal suo punto di vista poteva, e doveva, avere un seguito -, e anche perché ogni fine rappresenta una destabilizzazione delle consuetudini nel condividere e appoggiarsi a qualcuno che da quel momento in avanti non farà più parte della nostra vita. In entrambi i casi il periodo seguente allo strappo richiede uno sforzo di adattamento alla nuova condizione perché riassestarsi su un percorso solitario coinvolge vari settori dell’esistenza a dunque l’emergenza è quella di trovare un nuovo modo per andare avanti e ricostruirsi.

Certo, chi subisce una decisione che non avrebbe mai voluto accettare è certamente in uno stato d’animo più delicato perché all’oggettività dell’adattamento si aggiunge il vuoto della perdita, il senso di colpa per non aver fatto abbastanza affinché lo strappo non avvenisse, l’interrogarsi su quali siano stati i propri errori che hanno determinato la fine di qualcosa che fino a poco tempo prima credeva sarebbe durato per sempre. Nello scorrere del quotidiano riecheggiano i pensieri che rendono ogni giorno più difficile riuscire a capire e a prendere atto di tutto ciò che è stato perché in fondo spesso un senso, un motivo determinante, la chiave di lettura di una storia terminata, non esiste, semplicemente un sentimento si esaurisce, non prosegue nella direzione che eravamo sicuri avrebbe preso e dunque la modalità di una rottura è solo il mezzo per giungere alla conclusione.

Tuttavia anche la parte forte, quella che per prima ha preso atto dell’estinguersi di un’emozione, quella che ha sentito l’impulso di mettere la parola fine a qualcosa che in fondo non rendeva più felici nessuno dei due, deve affrontare un periodo di assestamento che in alcuni casi può condurre verso la ricerca di nuove intense emozioni in modo disordinato ed eccessivo, in altri può determinare una chiusura completa nei confronti di un rapporto solido per evitare di infliggere sofferenza a qualcun altro nel momento in cui si presenterà la medesima insoddisfazione a cui seguirà una nuova conclusione, e in altri ancora si troverà a gestire i timori e la consapevolezza di quanto possa essere difficile, al punto di ritenerlo improbabile, incontrare qualcuno in grado di coinvolgerci in modo completo e totale come era accaduto agli inizi della precedente storia. Dunque per entrambe le parti fare i conti con il vuoto emotivo che segue i primi tempi dall’allontanamento e che spesso è molto più durevole e persistente di quanto avremmo mai immaginato, è decisamente la fase più complessa, quella più problematica per il recupero di un equilibrio individuale, senza la possibilità di appoggiarsi a nessun altro.

Perché è tanto difficile adattarsi a una solitudine necessaria al punto di convincerci di non essere più in grado di provare emozioni profonde come le precedenti?

Come mai preferiamo credere di preferire restare all’interno del nostro vuoto emotivo piuttosto che pensare di metterci nuovamente in gioco?

E per quale motivo dunque quel vuoto, quando siamo da soli davanti allo specchio, sembra fare un rumore tanto assordante?

Lentamente prendiamo atto della profonda modificazione che l’esperienza precedente, come tutte le altre del nostro percorso, ha generato, così come della realtà che la lunga scia che ha seguito la chiusura, sia che l’abbiamo riempita di persone sia che abbiamo sentito il bisogno di prendere atto in solitaria del nostro nuovo stato emotivo, è stato un momento fondamentale per comprendere noi stessi e ascoltare quel silenzio che è caduto dentro la nostra interiorità. E poi all’improvviso, senza averlo pianificato o previsto, non sentiamo più alcun rumore, il vuoto ha esaurito la sua voce silenziosa, e ci sentiamo bene con noi stessi, perfettamente centrati sulla nostra nuova esistenza senza aver bisogno di niente.

Sarà quello il momento in cui capiremo quanto avessimo avuto bisogno della lunga fase precedente, perché tutto ciò che sceglieremo dopo non sarà una necessità di riempire uno spazio emotivo, né dovrà essere sostituto di niente e di nessuno, sarà solo ciò che sceglieremo.

 

 

Marta Lock

 

 

 

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