Ancora qui, ancora noi

Nel continuo dinamismo della nostra vita… tutto ciò di cui abbiamo bisogno in fondo… è di incontrare qualcuno che resti…

Esistono strane coincidenze, o quanto meno questo è il nome che inizialmente sentiamo di potergli dare, che ci conducono inaspettatamente verso qualcuno con cui percepiamo una sensazione unica, mai sperimentata prima, come se incrociando il suo sguardo in qualche modi ci sembrasse di riconoscerlo pur senza averlo mai incontrato. Ovviamente non riusciamo a non tuffarci dentro quella conoscenza che sembra essere scritta nel destino e che, lo sappiamo fin dall’inizio, segnerà indelebilmente la nostra esistenza; tuttavia le esperienze precedenti frenano lo slancio spontaneo che nasce istintivamente, e così tentiamo di ridimensionare le emozioni e le sensazioni facendo rientrare quella frequentazione nei parametri più ordinari delle altre che abbiamo vissuto. La paura di entrambi ci induce ad aver bisogno di mantenere un controllo su qualcosa che continua a voler sfuggire a ogni schema e definizione, qualcosa che non accetta di essere governata e che chiede solo di manifestarsi liberamente. Ma la straordinarietà di quell’emozione sconosciuta continua a travolgerci al punto di indurci a prendere una pausa, allontanarci, perché è sopraggiunta in un momento in cui noi, o l’altro, o entrambi, non eravamo pronti ad accoglierla e a viverla.

Nonostante il distacco e la necessità di negare persino a noi stessi quanto quell’incontro, quella persona, abbiano un’importanza diversa da tutto ciò che abbiamo conosciuto in precedenza, e malgrado la volontà di ritornare alla vita ordinaria proprio per evitare di trovarci ancora faccia a faccia con quel magnetico coinvolgimento, sembra impossibile riuscire a mantenere la distanza, perché noi, o l’altro, in qualche modo troviamo il pretesto, la scusa, l’approccio casuale per riavvicinarci, per sentirci pur senza voler ammettere l’esistenza di quell’irresistibile forza che impedisce a entrambi di restare a lungo lontani, in silenzio, separati. L’incapacità di convivere con qualcosa di tanto importante continua tuttavia ad azionare un perpetuo elastico di fughe e di riavvicinamenti, a volte messi in atto dall’uno, a volte dall’altro, inducendoci a vivere una relazione disfunzionale più simile a un’altalena che non a una base stabile su cui costruire. L’estenuante rapporto ci spinge a rifugiarci all’interno di altri incontri, altre persone con cui provare ad avere una stabilità che sappiamo di non poter avere con l’unico da cui la vorremmo, oppure semplicemente tentiamo di dimostrare a noi stessi che in fondo quell’emozione non è così importante e che la possiamo facilmente dimenticare se ci concentriamo su altri.

Eppure periodicamente, dopo ogni chiusura con tutte le persone che scegliamo ostinatamente di far entrare nella nostra vita, non possiamo fare a meno di tornare con la mente verso l’unica che, a dispetto di tutto, resta il nostro riferimento emotivo, quella dopo di cui tutto è cambiato e che non riesce a fare a meno di essere presente nella nostra esistenza, l’unica costante di una vita in perpetuo movimento ed evoluzione.

Come mai se un’emozione è talmente forte da rimanere intatta nel tempo, addirittura negli anni, rigenerandosi e modificandosi tanto quanto noi e l’altro siamo progrediti nelle nostre vite, non siamo capaci di viverla in pieno?

Per quale motivo, sebbene continuiamo a sfuggire l’uno dall’altra e a far accadere eventi che giustifichino un nuovo distacco, sembra impossibile tagliare quel sottilissimo filo d’acciaio che ci tiene legati?

Il tempo spesso appare dilatato, le emozioni hanno bisogno di crescere e di consolidarsi prima di permetterci di arrenderci alla loro forza, alla loro capacità di restare indelebili nonostante il trascorrere del tempo; ma soprattutto siamo noi ad aver bisogno di capire quanto l’altro abbia bisogno di continuare a essere nella nostra vita, prima di accettare e comprendere che in fondo, la vera costante nell’incostanza instabile che ci spinge a fuggire e trovare altrove ciò che da sempre sappiamo di aver già trovato, è sempre e solo lui. L’unico che pur andandosene fa sempre ritorno, che pur essendo stato più volte investito dalle nostre intemperanze necessarie a trovare il modo e il pretesto per fuggire, è ancora lì, davanti a noi, vicino o lontano ma sempre presente, pronto a evolvere con noi e a rigenerare quell’emozione che non vuole morire.

Fino al giorno in cui entrambi ci arrenderemo e ammetteremo quanto sia stato inutile continuare ad andarcene se non riusciamo a fare a meno di desiderare di tornare; o forse invece quel lento consolidamento è stato necessario per indurci ad ammettere che l’altro è stato l’unico che è sempre restato.

 

 

Marta Lock

 

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